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Perché il calcio in Italia è molto più di un semplice sport

THE ITALIAN LANGUAGE FOUNDATION / March 14, 2026 / Blog, Italian Translation /

Traduzione Inglese

Di Gabriel Harmetz

In Italia il calcio non è una cosa che si scopre a scuola, attraverso squadre giovanili o campionati organizzati.

È già presente fin dall’infanzia: per strada, nei cortili, sui simboli ricamati sulle bandiere della città e sulle maglie delle squadre del cuore. Prima ancora di aver tirato il primo calcio a un pallone, ognuno si è già sentito fare la domanda fatidica: «E tu per quale squadra tieni?»

A differenza degli Stati Uniti, dove sport come il football americano o il baseball nascono e si sviluppano all’interno delle scuole, dei college e di campionati strutturati, in Italia il calcio nasce dal basso, in modo spontaneo e popolare. Nei quartieri, nei paesini, sui campetti improvvisati, molto prima che entrino in gioco le istituzioni. La passione precede di gran lunga l’organizzazione, che arriva dopo… o a volte non arriva affatto.

Non è un fenomeno esclusivo dell’Italia. Lo stesso accade in Brasile, in Germania, in Francia e in gran parte dell’Africa: il calcio si impara per strada, nei vicoli, sui terreni sterrati, nei cortili delle scuole, nei lotti abbandonati. Quando il gioco nasce dalla strada e non dal sistema scolastico, il senso di appartenenza viene prima delle regole e la fedeltà si radica prestissimo.

L’Italia appartiene pienamente a questa tradizione.

Gran parte di questo legame così profondo nasce dal fatto che le squadre italiane sono radicate nell’identità locale. I nomi dei club, i colori sociali, gli stemmi attingono spesso a simboli medievali, santi patroni, animali araldici o antichi emblemi cittadini. Cambiare i colori o lo stemma di una squadra non è quindi una semplice operazione di marketing: sembra quasi un affronto. Per i tifosi il club non è solo una rosa di giocatori: è la città, la regione, a volte la storia della propria famiglia.

Ecco perché i ricordi calcistici in Italia sono così personali, quasi intimi. Certe partite non si ricordano solo per il risultato o per le statistiche, ma per l’esperienza vissuta insieme: il salotto gremito di parenti, il bar del quartiere stracolmo, la piazza dove tutti fissavano lo stesso schermo. Le partite della Nazionale contro la Germania, per esempio, non si ricordano solo per i gol: si ricordano le urla, le lacrime, le pacche sulle spalle, i silenzi increduli.

E poi ci sono giocatori che hanno superato i confini dello sport diventando vere leggende popolari. Diego Maradona è l’esempio più eclatante. In Italia non era ammirato soltanto per il suo talento: era venerato, mitizzato. Ha regalato ai tifosi storie, simboli e discussioni che durano ancora oggi. Anche chi non l’ha mai visto giocare ne parla come si parla di un grande artista o di una figura storica: fa parte della memoria collettiva.

Assistere alle partite in Italia è da sempre un rito sociale. Ancora oggi si fa come una volta: in piedi al bar, spalla a spalla con sconosciuti che per novanta minuti diventano quasi famiglia. Gli anziani discutono animatamente di arbitri, tattiche e gol sbagliati; i più giovani ascoltano, imparando non solo le regole del gioco, ma anche il suo linguaggio, i suoi ritmi. La partita diventa pretesto per conversare, per litigare, per sentirsi parte di qualcosa.

Tutto questo è molto diverso dall’esperienza sportiva americana, spesso più organizzata, con calendari precisi, programmi strutturati e gerarchie ben definite. In Italia il calcio è più caotico, più viscerale. Lascia spazio al genio, all’improvvisazione, al dramma – a volte anche troppo dramma.

Curiosamente, il paese che ha codificato le regole moderne del calcio – l’Inghilterra – ha seguito un percorso opposto. Alla fine dell’Ottocento il football nasceva nelle scuole d’élite come Eton, per poi diventare in seguito uno sport di massa. In Italia è accaduto quasi il contrario: il calcio è stato amato visceralmente molto prima di essere regolamentato.

Forse è proprio per questo che il calcio italiano è così difficile da esportare nella sua vera essenza… ma anche che per tanti italiani è impossibile rinunciarvi. Sopravvive non perché sia sempre giusto, efficiente o spettacolare, ma perché è condiviso. E le cose veramente condivise, quelle che fanno parte della vita quotidiana, resistono nel tempo.

Gabriel Harmetz è uno studente del primo anno di finanza presso la Robert H. Smith Business School dell’Università del Maryland, con la passione per lo sci e il basket (e lo sport in generale), nonché per le sue radici e la sua lingua italiana.

Why soccer in Italy is more than a game

THE ITALIAN LANGUAGE FOUNDATION / March 14, 2026 / Blog /

Italian Translation

By Gabriel Harmetz

In Italy, soccer isn’t something you discover through school teams or organized leagues.

It’s already there when you’re growing up — in the street, in the courtyard, in the symbols stitched onto city flags and club jerseys. Long before you ever kick a ball yourself, someone will ask you a question that quietly shapes your identity: Which team are you?

Unlike in the United States, where sports like football or baseball are deeply tied to schools, colleges, and structured programs, Italian soccer grows from the ground up. It starts informally, in neighborhoods and small towns, long before institutions enter the picture. Passion comes first; organization follows later, if at all.

This is not uniquely Italian. Countries like Brazil, Germany, France, and much of Africa share a similar relationship with the game. In these places, soccer is learned outside of classrooms and athletic departments — played in alleyways, dirt fields, schoolyards, and empty lots. Wherever soccer grows from the street rather than the school system, belonging comes before rules, and loyalty forms early.

Italy fits squarely into this tradition.

Part of that bond comes from the way Italian teams are rooted in local identity. Club names, colors, and crests often draw from medieval symbols, coats of arms, patron saints, animals, or ancient civic emblems. Changing a team’s colors or symbol is not seen as a marketing update — it can spark outrage. For fans, the club represents a city, a region, or even a family history, not just a roster of players.

This sense of continuity helps explain why soccer memories in Italy often feel personal, even intimate. Certain matches live on not simply as sporting events, but as shared experiences people remember watching together — in crowded living rooms, neighborhood bars, or public squares. World Cup games against Germany, for example, are not recalled for their statistics alone, but for the arguments, celebrations, and silences that followed.

Some players, too, transcended the sport entirely. Diego Maradona is the most obvious case. In Italy, he wasn’t admired merely for his skill; he was mythologized. He gave fans stories, symbols, and debates that lasted decades. Even those who never saw him play still talk about him as part of a shared cultural memory, not unlike a legendary artist or political figure.

Watching soccer in Italy has long been a social ritual. Even today, many matches are followed the same way they always have been: standing in bars, surrounded by people who may be strangers but feel temporarily familiar. Older men argue loudly about referees, tactics, and missed chances. Younger fans listen, absorbing not just the rules of the game but its language and rhythms. The match becomes an excuse for conversation, disagreement, and belonging.

This stands in contrast to the American sports experience, which is often more structured and scheduled, tied to seasons, programs, and clear hierarchies. In Italy, soccer is messier. It invites passion and frustration in equal measure. There is room for genius, improvisation, and drama — sometimes too much of it.

Ironically, the country that formalized soccer’s rules, England, offers a counterpoint. In the late nineteenth century, the sport developed within elite public schools like Eton before becoming professional and mass-oriented later on. In Italy, the process was almost reversed. The game was loved long before it was organized.

That may be why Italian soccer can be difficult to export in its full complexity — but also why it remains impossible for many Italians to abandon. Soccer there survives not because it is always efficient, fair, or even beautiful, but because it is shared. And shared things, especially those rooted in everyday life, tend to last.

Gabriel Harmetz a freshman studying finance at the Robert H. Smith Business School at the University of Maryland, with a passion for skiing and basketball (and sports in general) and for my Italian roots and language.

Insegnare l’italiano a Porto Rico

THE ITALIAN LANGUAGE FOUNDATION / February 20, 2026 / Blog, Italian Translation /

Traduzione inglese

Di Francesca Biundo

Se qualcuno mi avesse detto anni fa che mi sarei trasferita a Porto Rico, non ci avrei mai creduto. Avevo un posto stabile come insegnante in Illinois, eppure qualcosa mi stava silenziosamente attirando verso l’isola. Era qualcosa che andava oltre le bellissime spiagge: la sua cultura e il suo calore, una familiarità che mi ricordava il modo in cui sono cresciuta in Sicilia. Potrei scrivere a lungo di quanto sia meravigliosa la mia isola adottiva, ma qui voglio concentrarmi sulla mia esperienza nell’insegnamento dell’italiano.

Ho riscontrato un interesse genuino per la lingua. Certo, il fatto che la cucina italiana sia così amata aiuta, ma credo che, in fondo, sia l’affinità che queste due culture condividono. Nelle mie lezioni, parlare di cultura italiana è fondamentale, e noto che gli studenti si riconoscono facilmente nelle somiglianze, restando allo stesso tempo affascinati dalle differenze.

Ho insegnato ad adulti, adolescenti e bambini e, sebbene provengano da età e contesti diversi, le loro motivazioni sono spesso molto personali e vanno oltre il semplice soddisfare un requisito: «È una lingua bellissima», «Lo spagnolo mi aiuterà a impararla», «Apprezzo la cultura», «Voglio diventare poliglotta», oppure semplicemente «Sono stata/o in Italia — o sogno di andarci». Anche quando gli studenti non continuano a studiare italiano, spero che l’esperienza abbia lasciato un segno positivo.

A Porto Rico diverse università offrono corsi d’italiano, insieme a circa sette scuole secondarie private, soprattutto nelle aree di San Juan e Mayagüez. Quando ho iniziato a lavorare in una di queste scuole, l’italiano era ancora una proposta recente. Grazie al forte interesse degli studenti e al sostegno dell’amministrazione, siamo riusciti a far crescere il programma in modo significativo, e molti dei miei ex studenti hanno poi continuato i loro studi all’università e/o in Italia (ne sono immensamente orgogliosa). Devo naturalmente menzionare anche l’Alliance Française (dove ho insegnato), che oltre ai corsi e alle certificazioni PLIDA organizza attività ed eventi culturali, in collaborazione con la Società Dante Alighieri di Miami.

Nonostante in molte istituzioni i programmi di lingua e altre discipline umanistiche vengano purtroppo ridotti o eliminati, lo studio della lingua e della cultura italiana qui rimane vivo — e forse persino in crescita. L’italiano continua a creare connessioni significative con la cultura, il viaggio e l’identità: valori che mi ispirano e mi spingono a continuare a insegnare.

Francesca Biundo è un’insegnante di italiano con vent’anni di esperienza nell’insegnamento in scuole pubbliche e private, nell’istruzione domiciliare, nelle lezioni private, nel tutoraggio e nell’istruzione superiore. Ha insegnato italiano a tutti i livelli, dal principiante all’avanzato, compreso il corso avanzato di lingua e cultura italiana.

Teaching Italian in Puerto Rico

THE ITALIAN LANGUAGE FOUNDATION / February 20, 2026 / Blog /

Italian Translation

 By Francesca Biundo

If someone had told me years ago that I would move to Puerto Rico, I would not have believed it. I had a solid teaching position in Illinois, and yet something was quietly pulling me toward the island. It was something beyond the beautiful beaches: its culture and warmth, a familiarity that reminded me of how I grew up in Sicily. I could go on and on writing about how wonderful my adoptive island is, but I will focus on my experience teaching Italian.

I have witnessed genuine interest in the language. While Italian cuisine being so beloved certainly helps, I believe that deep down, it is the affinity these two cultures share. In my lessons, talking about Italian culture is essential, and I find that students relate easily to the similarities while remaining fascinated by the differences.

I have taught adults, teenagers, and children, and although they come from different age groups and backgrounds, their motivations are far more personal than simply fulfilling a requirement: “It’s a beautiful language,” “Spanish will help me learn it,” “I appreciate the culture,” “I want to become a polyglot,” or simply, “I’ve been to Italy—or dream of going.” Even when students do not continue studying Italian, I hope the experience left a positive mark.

Several universities in Puerto Rico offer Italian, along with about seven private secondary schools, mainly in the San Juan and Mayagüez areas. When I began working at one of these secondary schools, Italian was still a new offering. Thanks to strong student interest and administrative support, we were able to grow the program significantly, and many of my former students continued their studies in college and/or in Italy (I am beyond proud of them). Of course, I also need to mention the Alliance Française (where I’ve also taught) which organizes cultural activities and events in addition to their courses and PLIDA certifications -in collaboration with the Società Dante Alighieri of Miami.

Despite language programs and other humanities are unfortunately being cut in many institutions, the study of Italian language and culture here remains alive – and perhaps growing. Italian continues to create meaningful connections to culture, travel, and identity – values that inspire me and keep me teaching.

 

Francesca Biundo is an Italian instructor with twenty years of teaching experience across public and private schools, homeschooling, private instruction, tutoring, and higher education. She has taught Italian at all levels, from beginner to advanced, including AP Italian Language and Culture.

La Mia Esperienza Italiana

THE ITALIAN LANGUAGE FOUNDATION / February 10, 2026 / Blog, Italian Translation /

Traduzione Inglese

Di Alexander Principe

Ciao a tutti! Mi chiamo Mac Principe, e studio biochimica e Italiano. La mia esperienza con lo studio dell’italiano è stato uno dei piu gratificanti all’Universita dell’Arkansas. Ho frequentato un corso di italiano ogni semestre a partire dal primo. L’estate scorso, ho avuto l’entusiasmante possibilità di studiare all’estero al Rome Center dell’Universita dell’Arkansas, ed è stato un viaggio che non dimenticherò mai. Sono rimasto a Roma quasi tre mesi, da metà maggio al primo agosto. Durante questo periodo, ho viaggiato in tutta la nazione, comprese citta come Torino, Firenze, Venezia, Bologna, Napoli, e molte altre.  

In Italia, mi hanno colpito molti momenti e musei incredibile. Sono andato a una partita di calcio tra l’AS Roma e l’AC Milan allo Studio Olimpico di Roma. Questa era un’esperienza fantastica perche lo stadio era pieno di 75,000 tifosi della Roma che cantavano e inneggiavano tutti insieme mentre la Roma batteva il Milan 3-1. Ho anche partecipato a un concerto di Ghali a Roma, che è stata un’altra serata indimenticabile con il pubblico che cantava ogni parola delle sue canzoni. Due musei che mi hanno colpito sono La Galleria Borgese e i famosi Uffizi.. Questi due musei erano cosi grande che avrei potuto trascorrere tutto il giorno in entrambi. Ero sopreso anche dal numero di bellisimi dipinti e meravigliose sculture in un unico posto. Studiare Italiano ha cambiato il corso della mia vita per il meglio, e non vedo l’ora di vedere dove mi porterà questa avventura.

 
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