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San Benedetto il Moro, La Sicilia e Un Nuovo Viaggio Nella Memoria

THE ITALIAN LANGUAGE FOUNDATION / April 10, 2026 / Blog, Italian Translation /

Traduzione Inglese

Di Fred Kuwornu

Sto sviluppando un nuovo progetto documentario su San Benedetto il Moro, il santo nero nato in Sicilia, la cui vita apre una prospettiva potente su fede, migrazione, razza e appartenenza nella storia italiana.

Nato a San Fratello, vicino Messina, nel 1526, da genitori africani che erano stati schiavi, San Benedetto visse poi nell’area di Palermo, dove fu conosciuto per la sua umiltà, la sua forza spirituale e il suo legame profondo con i poveri. Con il tempo, la sua storia si diffuse ben oltre la Sicilia e divenne parte di una più ampia devozione cattolica nera tra Italia, Brasile, America Latina e diaspora africana.

Ciò che mi interessa non è soltanto la sua santità, ma anche ciò che la sua vita rivela sulla presenza africana in Italia e in Europa, e sul modo in cui la memoria sopravvive attraverso religione, rituali e devozione popolare. Anche a New York la sua eredità è ancora percepibile in chiese dedicate a San Benedetto il Moro nel Queens e a Manhattan.

Per me questo progetto è insieme storico e personale. È un viaggio attraverso la Sicilia e oltre, alla ricerca di una figura che ci aiuta a ripensare il passato italiano e i suoi legami con una storia globale più ampia.

Fred Kudjo Kuwornu è un artista, regista, curatore e studioso afro-italiano e americano impegnato nel sociale, che vive a New York. Il suo lavoro esplora temi quali la razza, l’identità, la memoria e la presenza africana in Europa e nella diaspora in senso lato attraverso il cinema documentario, gli archivi e la narrazione visiva. Il suo recente documentario *We Were Here – The Untold History of Black Africans in Renaissance Europe* ha ricevuto il Black Reel Award come Miglior Documentario, è stato ufficialmente candidato nella categoria documentari per gli Oscar 2026 e gli è valso il Dan David Prize 2025 – il premio più prestigioso nel campo della storia – nonché la Folgers Library Fellowship.

San Benedetto il Moro, Sicily, and a New Journey Through Memory

THE ITALIAN LANGUAGE FOUNDATION / April 10, 2026 / Blog /

Italian Translation

By Fred Kuwornu

I am currently developing a new documentary project on St. Benedict The Moor, the Black saint born in Sicily whose life opens a powerful window onto faith, migration, race, and belonging in Italian history.

Born in San Fratello, near Messina, in 1526, to African parents who had been enslaved, San Benedetto later lived in the Palermo area, where he became known for his humility, spiritual strength, and deep connection to the poor. Over time, his story traveled far beyond Sicily and became part of a wider Black Catholic devotion across Italy, Brazil, Latin America, African-Americans in the United States.

What interests me most is not only his sanctity, but also what his life reveals about the African presence in Italy and Europe, and how memory can survive through religion, ritual, and popular devotion. Even in New York, his legacy can still be felt in churches dedicated to St. Benedict the Moor in both Queens and Manhattan. For me, this project is both historical and personal. It is a journey through Sicily and beyond, searching for a figure who helps us rethink Italy’s past and its connections to a broader global history.

Fred Kudjo Kuwornu is an Afro Italian and U.S. socially engaged artist, filmmaker, curator, and scholar based in New York. His work explores race, identity, memory, and the African presence in Europe and the wider diaspora through documentary cinema, archives, and visual storytelling. His recent documentary We Were Here – The Untold History of Black Africans in Renaissance Europe received the Black Reel Award for Outstanding Documentary, was officially submitted for consideration in the 2026 Academy Awards documentary category, he received the Dan David Prize 2025, the largest History’s prize award and the Folgers Library Fellowship

A Short Journey Through Italian Jewish history

THE ITALIAN LANGUAGE FOUNDATION / March 30, 2026 / Blog /

Italian Translation

By Samuel Cohen

How interesting it was to visit the Italian Jewish museum in Jerusalem during a summer program in 2021. One of my counselors on the program also worked at the museum, and she gave my family and me a personal tour.

The museum was beautiful, intimate, and full of history. I learned a great deal about the Jewish community in Italy and the significant contributions Italian Jews have made to Italian society over the centuries. One of the highlights of the visit was seeing one of the oldest synagogues in the world. The museum had acquired the remains of a crumbling medieval synagogue from Italy and transported it to Israel many years ago. It has since been carefully restored and is still used by Italian Jews living in Israel, especially on holidays. The synagogue is nearly a thousand years old, and its design and atmosphere are truly unique.

                                                                           

This experience deepened my appreciation for Italian culture and history, and it also connected nicely with my studies in high school, where I learnt Italian in a club and developed an early interest in the language and the country. 

Next semester I plan to learn in Milan and I hope the experience will be everlasting and impactful.

I am a junior at Brandeis university currently studying abroad in Milan. I am a triple major in business, physics and Hebrew with a minor in Italian.

Breve Viaggio Nella Storia Ebraica Italiana

THE ITALIAN LANGUAGE FOUNDATION / March 30, 2026 / Blog, Italian Translation /

Traduzione Inglese

Di Samuel Cohen

Quanto è stato interessante visitare il museo degli ebraici italiani a Gerusalemme mentre ero in vacanza estiva nel 2021. Uno dei miei istruttori ha lavorato al museo e ha fatto un tour personalizzato a me e alla mia famiglia ed è stato molto istruttivo. 

Penso che il museo sia magnifico, per la sua intimità e per la sua storia. Io ho imparato molto della comunità ebraica italiana. Anche i contributi significativi che la comunità ebraica ha apportato alla società italiana nel corso dei secoli. Uno degli aspetti più significativi della visita è che ho visto una sinagoga che è una delle sinagoghe più vecchie del mondo. Il museo ha acquisito i resti di una sinagoga medievale in rovina dall’Italia e li ha trasportati in Israele molti anni fa. La sinagoga da allora è stata accuratamente restaurata e riportata al suo antico splendore. Oggi è ancora in uso per la preghiera, durante il sabato e le feste, per gli ebrei italiani che vivono in Israele e i loro discendenti. Penso che l’unicità della sinagoga sia davvero sorprendente perché ha quasi mille anni ed è ancora in uso anche se in una posizione diversa. Tuttavia il suo design e l’atmosfera, soprattutto mentre ero lì, sono davvero unici.

                                                                           

La mia esperienza mi ha fatto approfondire il mio interesse della cultura e della storia italiana. Inoltre, la visita alla sinagoga era collegata con i miei studi al liceo, dove ho imparato l’italiano in un club e ho sviluppato un precoce interesse per la lingua e il paese. 

Il prossimo semestre studierò a Milano e spero che l’esperienza sarà eccezionale e di grande impatto.

Sono uno studente del terzo anno alla Brandeis University e attualmente studio all’estero a Milano. Ho una tripla laurea in economia, fisica ed ebraico, con una specializzazione in italiano.

Perché il calcio in Italia è molto più di un semplice sport

THE ITALIAN LANGUAGE FOUNDATION / March 14, 2026 / Blog, Italian Translation /

Traduzione Inglese

Di Gabriel Harmetz

In Italia il calcio non è una cosa che si scopre a scuola, attraverso squadre giovanili o campionati organizzati.

È già presente fin dall’infanzia: per strada, nei cortili, sui simboli ricamati sulle bandiere della città e sulle maglie delle squadre del cuore. Prima ancora di aver tirato il primo calcio a un pallone, ognuno si è già sentito fare la domanda fatidica: «E tu per quale squadra tieni?»

A differenza degli Stati Uniti, dove sport come il football americano o il baseball nascono e si sviluppano all’interno delle scuole, dei college e di campionati strutturati, in Italia il calcio nasce dal basso, in modo spontaneo e popolare. Nei quartieri, nei paesini, sui campetti improvvisati, molto prima che entrino in gioco le istituzioni. La passione precede di gran lunga l’organizzazione, che arriva dopo… o a volte non arriva affatto.

Non è un fenomeno esclusivo dell’Italia. Lo stesso accade in Brasile, in Germania, in Francia e in gran parte dell’Africa: il calcio si impara per strada, nei vicoli, sui terreni sterrati, nei cortili delle scuole, nei lotti abbandonati. Quando il gioco nasce dalla strada e non dal sistema scolastico, il senso di appartenenza viene prima delle regole e la fedeltà si radica prestissimo.

L’Italia appartiene pienamente a questa tradizione.

Gran parte di questo legame così profondo nasce dal fatto che le squadre italiane sono radicate nell’identità locale. I nomi dei club, i colori sociali, gli stemmi attingono spesso a simboli medievali, santi patroni, animali araldici o antichi emblemi cittadini. Cambiare i colori o lo stemma di una squadra non è quindi una semplice operazione di marketing: sembra quasi un affronto. Per i tifosi il club non è solo una rosa di giocatori: è la città, la regione, a volte la storia della propria famiglia.

Ecco perché i ricordi calcistici in Italia sono così personali, quasi intimi. Certe partite non si ricordano solo per il risultato o per le statistiche, ma per l’esperienza vissuta insieme: il salotto gremito di parenti, il bar del quartiere stracolmo, la piazza dove tutti fissavano lo stesso schermo. Le partite della Nazionale contro la Germania, per esempio, non si ricordano solo per i gol: si ricordano le urla, le lacrime, le pacche sulle spalle, i silenzi increduli.

E poi ci sono giocatori che hanno superato i confini dello sport diventando vere leggende popolari. Diego Maradona è l’esempio più eclatante. In Italia non era ammirato soltanto per il suo talento: era venerato, mitizzato. Ha regalato ai tifosi storie, simboli e discussioni che durano ancora oggi. Anche chi non l’ha mai visto giocare ne parla come si parla di un grande artista o di una figura storica: fa parte della memoria collettiva.

Assistere alle partite in Italia è da sempre un rito sociale. Ancora oggi si fa come una volta: in piedi al bar, spalla a spalla con sconosciuti che per novanta minuti diventano quasi famiglia. Gli anziani discutono animatamente di arbitri, tattiche e gol sbagliati; i più giovani ascoltano, imparando non solo le regole del gioco, ma anche il suo linguaggio, i suoi ritmi. La partita diventa pretesto per conversare, per litigare, per sentirsi parte di qualcosa.

Tutto questo è molto diverso dall’esperienza sportiva americana, spesso più organizzata, con calendari precisi, programmi strutturati e gerarchie ben definite. In Italia il calcio è più caotico, più viscerale. Lascia spazio al genio, all’improvvisazione, al dramma – a volte anche troppo dramma.

Curiosamente, il paese che ha codificato le regole moderne del calcio – l’Inghilterra – ha seguito un percorso opposto. Alla fine dell’Ottocento il football nasceva nelle scuole d’élite come Eton, per poi diventare in seguito uno sport di massa. In Italia è accaduto quasi il contrario: il calcio è stato amato visceralmente molto prima di essere regolamentato.

Forse è proprio per questo che il calcio italiano è così difficile da esportare nella sua vera essenza… ma anche che per tanti italiani è impossibile rinunciarvi. Sopravvive non perché sia sempre giusto, efficiente o spettacolare, ma perché è condiviso. E le cose veramente condivise, quelle che fanno parte della vita quotidiana, resistono nel tempo.

Gabriel Harmetz è uno studente del primo anno di finanza presso la Robert H. Smith Business School dell’Università del Maryland, con la passione per lo sci e il basket (e lo sport in generale), nonché per le sue radici e la sua lingua italiana.

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