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A Short Journey Through Italian Jewish history

THE ITALIAN LANGUAGE FOUNDATION / March 30, 2026 / Blog /

Italian Translation

By Samuel Cohen

How interesting it was to visit the Italian Jewish museum in Jerusalem during a summer program in 2021. One of my counselors on the program also worked at the museum, and she gave my family and me a personal tour.

The museum was beautiful, intimate, and full of history. I learned a great deal about the Jewish community in Italy and the significant contributions Italian Jews have made to Italian society over the centuries. One of the highlights of the visit was seeing one of the oldest synagogues in the world. The museum had acquired the remains of a crumbling medieval synagogue from Italy and transported it to Israel many years ago. It has since been carefully restored and is still used by Italian Jews living in Israel, especially on holidays. The synagogue is nearly a thousand years old, and its design and atmosphere are truly unique.

                                                                           

This experience deepened my appreciation for Italian culture and history, and it also connected nicely with my studies in high school, where I learnt Italian in a club and developed an early interest in the language and the country. 

Next semester I plan to learn in Milan and I hope the experience will be everlasting and impactful.

I am a junior at Brandeis university currently studying abroad in Milan. I am a triple major in business, physics and Hebrew with a minor in Italian.

Breve Viaggio Nella Storia Ebraica Italiana

THE ITALIAN LANGUAGE FOUNDATION / March 30, 2026 / Blog, Italian Translation /

Traduzione Inglese

Di Samuel Cohen

Quanto è stato interessante visitare il museo degli ebraici italiani a Gerusalemme mentre ero in vacanza estiva nel 2021. Uno dei miei istruttori ha lavorato al museo e ha fatto un tour personalizzato a me e alla mia famiglia ed è stato molto istruttivo. 

Penso che il museo sia magnifico, per la sua intimità e per la sua storia. Io ho imparato molto della comunità ebraica italiana. Anche i contributi significativi che la comunità ebraica ha apportato alla società italiana nel corso dei secoli. Uno degli aspetti più significativi della visita è che ho visto una sinagoga che è una delle sinagoghe più vecchie del mondo. Il museo ha acquisito i resti di una sinagoga medievale in rovina dall’Italia e li ha trasportati in Israele molti anni fa. La sinagoga da allora è stata accuratamente restaurata e riportata al suo antico splendore. Oggi è ancora in uso per la preghiera, durante il sabato e le feste, per gli ebrei italiani che vivono in Israele e i loro discendenti. Penso che l’unicità della sinagoga sia davvero sorprendente perché ha quasi mille anni ed è ancora in uso anche se in una posizione diversa. Tuttavia il suo design e l’atmosfera, soprattutto mentre ero lì, sono davvero unici.

                                                                           

La mia esperienza mi ha fatto approfondire il mio interesse della cultura e della storia italiana. Inoltre, la visita alla sinagoga era collegata con i miei studi al liceo, dove ho imparato l’italiano in un club e ho sviluppato un precoce interesse per la lingua e il paese. 

Il prossimo semestre studierò a Milano e spero che l’esperienza sarà eccezionale e di grande impatto.

Sono uno studente del terzo anno alla Brandeis University e attualmente studio all’estero a Milano. Ho una tripla laurea in economia, fisica ed ebraico, con una specializzazione in italiano.

Perché il calcio in Italia è molto più di un semplice sport

THE ITALIAN LANGUAGE FOUNDATION / March 14, 2026 / Blog, Italian Translation /

Traduzione Inglese

Di Gabriel Harmetz

In Italia il calcio non è una cosa che si scopre a scuola, attraverso squadre giovanili o campionati organizzati.

È già presente fin dall’infanzia: per strada, nei cortili, sui simboli ricamati sulle bandiere della città e sulle maglie delle squadre del cuore. Prima ancora di aver tirato il primo calcio a un pallone, ognuno si è già sentito fare la domanda fatidica: «E tu per quale squadra tieni?»

A differenza degli Stati Uniti, dove sport come il football americano o il baseball nascono e si sviluppano all’interno delle scuole, dei college e di campionati strutturati, in Italia il calcio nasce dal basso, in modo spontaneo e popolare. Nei quartieri, nei paesini, sui campetti improvvisati, molto prima che entrino in gioco le istituzioni. La passione precede di gran lunga l’organizzazione, che arriva dopo… o a volte non arriva affatto.

Non è un fenomeno esclusivo dell’Italia. Lo stesso accade in Brasile, in Germania, in Francia e in gran parte dell’Africa: il calcio si impara per strada, nei vicoli, sui terreni sterrati, nei cortili delle scuole, nei lotti abbandonati. Quando il gioco nasce dalla strada e non dal sistema scolastico, il senso di appartenenza viene prima delle regole e la fedeltà si radica prestissimo.

L’Italia appartiene pienamente a questa tradizione.

Gran parte di questo legame così profondo nasce dal fatto che le squadre italiane sono radicate nell’identità locale. I nomi dei club, i colori sociali, gli stemmi attingono spesso a simboli medievali, santi patroni, animali araldici o antichi emblemi cittadini. Cambiare i colori o lo stemma di una squadra non è quindi una semplice operazione di marketing: sembra quasi un affronto. Per i tifosi il club non è solo una rosa di giocatori: è la città, la regione, a volte la storia della propria famiglia.

Ecco perché i ricordi calcistici in Italia sono così personali, quasi intimi. Certe partite non si ricordano solo per il risultato o per le statistiche, ma per l’esperienza vissuta insieme: il salotto gremito di parenti, il bar del quartiere stracolmo, la piazza dove tutti fissavano lo stesso schermo. Le partite della Nazionale contro la Germania, per esempio, non si ricordano solo per i gol: si ricordano le urla, le lacrime, le pacche sulle spalle, i silenzi increduli.

E poi ci sono giocatori che hanno superato i confini dello sport diventando vere leggende popolari. Diego Maradona è l’esempio più eclatante. In Italia non era ammirato soltanto per il suo talento: era venerato, mitizzato. Ha regalato ai tifosi storie, simboli e discussioni che durano ancora oggi. Anche chi non l’ha mai visto giocare ne parla come si parla di un grande artista o di una figura storica: fa parte della memoria collettiva.

Assistere alle partite in Italia è da sempre un rito sociale. Ancora oggi si fa come una volta: in piedi al bar, spalla a spalla con sconosciuti che per novanta minuti diventano quasi famiglia. Gli anziani discutono animatamente di arbitri, tattiche e gol sbagliati; i più giovani ascoltano, imparando non solo le regole del gioco, ma anche il suo linguaggio, i suoi ritmi. La partita diventa pretesto per conversare, per litigare, per sentirsi parte di qualcosa.

Tutto questo è molto diverso dall’esperienza sportiva americana, spesso più organizzata, con calendari precisi, programmi strutturati e gerarchie ben definite. In Italia il calcio è più caotico, più viscerale. Lascia spazio al genio, all’improvvisazione, al dramma – a volte anche troppo dramma.

Curiosamente, il paese che ha codificato le regole moderne del calcio – l’Inghilterra – ha seguito un percorso opposto. Alla fine dell’Ottocento il football nasceva nelle scuole d’élite come Eton, per poi diventare in seguito uno sport di massa. In Italia è accaduto quasi il contrario: il calcio è stato amato visceralmente molto prima di essere regolamentato.

Forse è proprio per questo che il calcio italiano è così difficile da esportare nella sua vera essenza… ma anche che per tanti italiani è impossibile rinunciarvi. Sopravvive non perché sia sempre giusto, efficiente o spettacolare, ma perché è condiviso. E le cose veramente condivise, quelle che fanno parte della vita quotidiana, resistono nel tempo.

Gabriel Harmetz è uno studente del primo anno di finanza presso la Robert H. Smith Business School dell’Università del Maryland, con la passione per lo sci e il basket (e lo sport in generale), nonché per le sue radici e la sua lingua italiana.

Why soccer in Italy is more than a game

THE ITALIAN LANGUAGE FOUNDATION / March 14, 2026 / Blog /

Italian Translation

By Gabriel Harmetz

In Italy, soccer isn’t something you discover through school teams or organized leagues.

It’s already there when you’re growing up — in the street, in the courtyard, in the symbols stitched onto city flags and club jerseys. Long before you ever kick a ball yourself, someone will ask you a question that quietly shapes your identity: Which team are you?

Unlike in the United States, where sports like football or baseball are deeply tied to schools, colleges, and structured programs, Italian soccer grows from the ground up. It starts informally, in neighborhoods and small towns, long before institutions enter the picture. Passion comes first; organization follows later, if at all.

This is not uniquely Italian. Countries like Brazil, Germany, France, and much of Africa share a similar relationship with the game. In these places, soccer is learned outside of classrooms and athletic departments — played in alleyways, dirt fields, schoolyards, and empty lots. Wherever soccer grows from the street rather than the school system, belonging comes before rules, and loyalty forms early.

Italy fits squarely into this tradition.

Part of that bond comes from the way Italian teams are rooted in local identity. Club names, colors, and crests often draw from medieval symbols, coats of arms, patron saints, animals, or ancient civic emblems. Changing a team’s colors or symbol is not seen as a marketing update — it can spark outrage. For fans, the club represents a city, a region, or even a family history, not just a roster of players.

This sense of continuity helps explain why soccer memories in Italy often feel personal, even intimate. Certain matches live on not simply as sporting events, but as shared experiences people remember watching together — in crowded living rooms, neighborhood bars, or public squares. World Cup games against Germany, for example, are not recalled for their statistics alone, but for the arguments, celebrations, and silences that followed.

Some players, too, transcended the sport entirely. Diego Maradona is the most obvious case. In Italy, he wasn’t admired merely for his skill; he was mythologized. He gave fans stories, symbols, and debates that lasted decades. Even those who never saw him play still talk about him as part of a shared cultural memory, not unlike a legendary artist or political figure.

Watching soccer in Italy has long been a social ritual. Even today, many matches are followed the same way they always have been: standing in bars, surrounded by people who may be strangers but feel temporarily familiar. Older men argue loudly about referees, tactics, and missed chances. Younger fans listen, absorbing not just the rules of the game but its language and rhythms. The match becomes an excuse for conversation, disagreement, and belonging.

This stands in contrast to the American sports experience, which is often more structured and scheduled, tied to seasons, programs, and clear hierarchies. In Italy, soccer is messier. It invites passion and frustration in equal measure. There is room for genius, improvisation, and drama — sometimes too much of it.

Ironically, the country that formalized soccer’s rules, England, offers a counterpoint. In the late nineteenth century, the sport developed within elite public schools like Eton before becoming professional and mass-oriented later on. In Italy, the process was almost reversed. The game was loved long before it was organized.

That may be why Italian soccer can be difficult to export in its full complexity — but also why it remains impossible for many Italians to abandon. Soccer there survives not because it is always efficient, fair, or even beautiful, but because it is shared. And shared things, especially those rooted in everyday life, tend to last.

Gabriel Harmetz a freshman studying finance at the Robert H. Smith Business School at the University of Maryland, with a passion for skiing and basketball (and sports in general) and for my Italian roots and language.

Insegnare l’italiano a Porto Rico

THE ITALIAN LANGUAGE FOUNDATION / February 20, 2026 / Blog, Italian Translation /

Traduzione inglese

Di Francesca Biundo

Se qualcuno mi avesse detto anni fa che mi sarei trasferita a Porto Rico, non ci avrei mai creduto. Avevo un posto stabile come insegnante in Illinois, eppure qualcosa mi stava silenziosamente attirando verso l’isola. Era qualcosa che andava oltre le bellissime spiagge: la sua cultura e il suo calore, una familiarità che mi ricordava il modo in cui sono cresciuta in Sicilia. Potrei scrivere a lungo di quanto sia meravigliosa la mia isola adottiva, ma qui voglio concentrarmi sulla mia esperienza nell’insegnamento dell’italiano.

Ho riscontrato un interesse genuino per la lingua. Certo, il fatto che la cucina italiana sia così amata aiuta, ma credo che, in fondo, sia l’affinità che queste due culture condividono. Nelle mie lezioni, parlare di cultura italiana è fondamentale, e noto che gli studenti si riconoscono facilmente nelle somiglianze, restando allo stesso tempo affascinati dalle differenze.

Ho insegnato ad adulti, adolescenti e bambini e, sebbene provengano da età e contesti diversi, le loro motivazioni sono spesso molto personali e vanno oltre il semplice soddisfare un requisito: «È una lingua bellissima», «Lo spagnolo mi aiuterà a impararla», «Apprezzo la cultura», «Voglio diventare poliglotta», oppure semplicemente «Sono stata/o in Italia — o sogno di andarci». Anche quando gli studenti non continuano a studiare italiano, spero che l’esperienza abbia lasciato un segno positivo.

A Porto Rico diverse università offrono corsi d’italiano, insieme a circa sette scuole secondarie private, soprattutto nelle aree di San Juan e Mayagüez. Quando ho iniziato a lavorare in una di queste scuole, l’italiano era ancora una proposta recente. Grazie al forte interesse degli studenti e al sostegno dell’amministrazione, siamo riusciti a far crescere il programma in modo significativo, e molti dei miei ex studenti hanno poi continuato i loro studi all’università e/o in Italia (ne sono immensamente orgogliosa). Devo naturalmente menzionare anche l’Alliance Française (dove ho insegnato), che oltre ai corsi e alle certificazioni PLIDA organizza attività ed eventi culturali, in collaborazione con la Società Dante Alighieri di Miami.

Nonostante in molte istituzioni i programmi di lingua e altre discipline umanistiche vengano purtroppo ridotti o eliminati, lo studio della lingua e della cultura italiana qui rimane vivo — e forse persino in crescita. L’italiano continua a creare connessioni significative con la cultura, il viaggio e l’identità: valori che mi ispirano e mi spingono a continuare a insegnare.

Francesca Biundo è un’insegnante di italiano con vent’anni di esperienza nell’insegnamento in scuole pubbliche e private, nell’istruzione domiciliare, nelle lezioni private, nel tutoraggio e nell’istruzione superiore. Ha insegnato italiano a tutti i livelli, dal principiante all’avanzato, compreso il corso avanzato di lingua e cultura italiana.

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