Di Lanese Francesca
La prima frase che ho imparato in italiano è stata «Buongiorno, mi chiamo Francesca». Avevo quattro anni e mi trovavo nella sala parrocchiale di una chiesa a Columbus, nell’Ohio, dove mi presentavo con orgoglio a chiunque fosse disposto ad ascoltarmi. Non sapevo il significato di quelle parole, ma mi piaceva come illuminassero il viso di mia nonna. Parlare italiano era come aprire una piccola porta sul suo passato, sulla storia della nostra famiglia che il tempo e le circostanze avevano reso lontana.
Da adulta, ho trascorso un mese a Napoli, facendo volontariato in una clinica gratuita
che si occupava di immigrati e senzatetto. A quel punto, avevo studiato italiano per anni nelle aule dell’Ohio, di Firenze e di Malibu, ma è stato a Napoli dove per me la lingua italiana ha preso vita. Sentivo che la lingua viveva nel caldo caos della clinica, nelle risate del farmacista, nelle attente spiegazioni del cardiologo, nelle tazze di caffè condivise tra medici e pazienti. I medici mi prendevano in giro per il mio “naso napoletano”, insistendo che potevano capire esattamente da dove venisse la mia famiglia. Fingevo di essere offesa, ma di nascosto mi ha fatto piacere.
Una sera, il cardiologo mi ha invitato a cena e mi ha regalato un libro di testo che aveva scritto sugli elettrocardiogrammi. Sulla copertina mi ha scritto una dedica: “Con la certezza e la speranza che ti ricorderai sempre di noi”. Porto questo libro con me non solo per studiare o souvenir, ma come ricordo dei legami internazionali che la lingua e cultura italiana hanno creato per me. L’italiano ha unito le mie radici e la mia vocazione, il passato e il futuro, la scienza e la cura.

Sono uno studente dell’ultimo anno alla Pepperdine University e studio Medicina dello Sport e Italianistica nel percorso pre-medico. Ho intenzione di diventare medico e continuare a esplorare le connessioni tra lingua, cultura e assistenza sanitaria.
